Le origini di Licata risalgono alla Preistoria. II nome di Licata appare, quasi nella forma attuale, già in età normanna.

Nei secoli XI e XII, infatti, si ritrova Leocata, o Licata, assieme alla denominazione colta di Olimpiada, nome di evidente origine greca. Nel museo archeologico della Badia, sono presenti numerosi reperti che documentano l’antica storia della città di Licata.

Le dominazioni succedutesi in Sicilia nel corso dei millenni hanno lasciato una presenza tangibile oltre che nei ritrovamenti archeologici anche nell’architettura civile e religiosa e nella struttura urbanistica della città: ne sono testimonianza l’impianto arabo del quartiere della Marina, la struttura del quartiere Maltese di S. Paolo e la tipologia barocca dei corsi principali.

Numerosi sono i ritrovamenti archeologici risalenti al Paleolitico, il Mesolitico e il Neolitico. Particolarmente degni di nota sono l’ipogeo Stagnone Pontillo, la monumentale necropoli a grotte artificiali di monte Petrulla, la Grangela (opera idraulica di epoca preellenistica), il phrourion di Falaride (fortezza di epoca greca), nonché i resti della città greca di Monte Sant’Angelo.

Molti dei reperti ritrovati presso questi ed altri siti di rilevanza archeologica ritrovati nel territorio comunale sono conservati ed esposti presso il Museo archeologico cittadino, nei locali del chiostro della Badia.

Licata occupa una posizione strategica nel centro-sud della Sicilia con una superficie di 178,91 kmq ed una popolazione di 40.000 abitanti circa. Confina ad ovest con Palma di Montechiaro, a nord con Naro, Campobello di Licata e Ravanusa, ad est con Butera, a sud con il mare Mediterraneo. Il territorio è caratterizzato dalla Montagna, così denominata per la sua importanza storica, da un sistema collinare che circonda la fertile piana, dal Salso Imera, il massimo fiume dell’isola, che nasce nelle Madonie e sfocia a Licata. Le coste sono sabbiose e rocciose, a tratti sono presenti calanchi di argilla e dune litorali di sabbia, antiche e recenti, che conferiscono al paesaggio, insieme alla macchia mediterranea, una rara bellezza. Il clima è caratterizzato da estati calde ed inverni miti. L’economia fa perno sull’agricoltura, praticata in maggioranza dalla popolazione che produce primizie nelle serre e nei tunnels (meloni cantalupo, pomidoro, peperoni, melanzane) ed in pieno campo (patate, carciofi, fagiolini, fave, zucchini), sulla pesca, praticata da una numerosa flotta peschereccia (seppie, calamari, polipi, naselli, triglie, gamberi, orate), e sulle attività portuali (cinque cantieri navali che vantano bravi maestri d’ascia).

Il faro San Giacomo, costruito nel 1902, a forma cilindrica, è alto 37 m, ma raggiunge i 40 m grazie ad un basamento quadrangolare di 3 m. Alto e bianchissimo sul molo di Levante si alza il faro di Licata a segnare la via ai naviganti.

Dal cubo nero del basamento a forti bugne smussato agli angoli, il cilindro cresce, rastremandosi verso il cielo fino al trasparente della lanterna, scandito dalle finestre come i giunti dei tamburi delle colonne doriche.

E’ il terzo faro d’Italia, dopo la Lanterna di Genova ed il Semaforodi Livorno. La sua portata luminosa è di 21 miglia nautiche (39 km circa).

L’industria, molto sviluppata nel passato, è presente ancora in un moderno mulino, in un caseificio, nella produzione di bibite, nella conservazione del pesce e nel settore tessile.

L’artigianato rappresenta un aspetto secondario, ma importante nel contesto difficile in cui opera.

Il turismo non è ancora decollato, nonostante le risorse e le potenzialità presenti, e si spera che ciò avvenga in tempi brevi per non rinviare lo sviluppo della città.

storia_castelsantangelo  Il Castel Sant’Angelo, sorge sull’estrema propaggine orientale della montagna di Licata, a 130 metri s.l.m. e domina il porto a meridione, la città e la pianta e settentrione. Costruito nel 1615 sull’omonimo monte, accanto alla preesistente torre di avvistamento, progettata dall’arch. Camillo Camilliani, realizzata tra il 1583 ed il 1585 ed inglobata nella struttura militare, costituisce un raro esempio di fortezze barocche sorte in Sicilia nel XVII. Nel 1856 il castello, smilitarizzato già da alcuni anni, fu adibito a telegrafo ottico ad uso del Governo. All’inizio del XX secolo le autorità civili e militari vi installarono un semaforo e vi posero un presidio militare. Dopo la II Guerra mondiale venne di nuovo smilitarizzato e rimase un luogo abbandonato. I restauri hanno riportato il castello al suo aspetto originario, mentre la cappella e le scuderie rimangono  alcune  emergenze  architettoniche.  Alcune  stanze  del  castello  ospitano  il  Museo etnografico. L’8 luglio 1969, è stato dichiarato di particolare interesse artistico e storico.
 

 

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Il Palazzo di Città (XX secolo), costruito sulla preesistente Chiesa della SS.ma Trinità del XVII secolo, è uno degli edifici più importanti dell’arch. Ernesto Basile, il massimo esponente del Liberty siciliano. Originariamente la Confraternita della SS.ma Trinità o dei Rossi aveva affidato all’architetto palermitano l’incarico di progettare la torre campanaria e la nuova sede dei confratelli, ma alla fine dei lavori, dopo vari accordi, divenne la sede della Municipalità. I prospetti del palazzo, il cui angolo è caratterizzato dal campanile con gli orologi, con gli elementi decorativi floreali ed il bugnato nella parte inferiore, costituiscono da soli il capolavoro del Basile. L’aula consiliare custodisce il trittico della Madonna con Bambino e Santi di scuola antonelliana e la tela dello sbarco di Giovanni da Procida in Teatro Re, sala d’attesa. Nel soffitto dell’aula è dipinta l’aquila con lo stemma della città, affresco di Salvatore De Caro (XX secolo). Il Municipio custodisce la tela della SS.ma Trinità di Giovanni Portaluni (XVII secolo), la tela della Madonna con Bambino e Santi di Giuseppe Spina (XIX  secolo),  proveniente  dal  convento  dei  Minori Cappuccini, due medaglioni marmorei con effigiati i mitici fondatori di Gela (XVII secolo), collocati all’epoca ai  lati della Porta Grande della città, lo stemma marmoreo dei Serrovira (XVIII secolo), proveniente da ambienti legati alla stessa famiglia. Di notevole interesse storico-artistico sono le mazze d’argento (XVII secolo), recentemente restaurate, che rappresentano il potere politico della massima carica cittadina.
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Chiesa di Santa Maria La Nuova (Matrice), la sua costruzione risale agli inizi del XVI secolo, quando sorse per sostituire, a seguito dell’espansione del territorio di Licata verso il mare, la chiesa romanica di Santa Maria di Gesù, risalente al VI secolo. La nuova chiesa venne realizzata nella parte terminale del Cassarello, che oggi si chiama corso Vittorio Emanuele.

Il progetto venne firmato da Pietro Palatino, che disegnò una struttura basilicale in stile rinascimentale su navate, con tre accessi.

La nuova chiesa venne inaugurata nel 1508.Alla chiesa, dedicata alla Natività di Maria, fu attribuito il nome di “Santa Maria la Nuova” per distinguerla da “Santa Maria la Vetere”, come fu ribattezzata l’altra chiesa.

Nel corso dei secoli la chiesa è stata danneggiata più volte e ha subito numerosi restauri. Nel 1988 un incendio la danneggiò gravemente, rendendo necessaria la chiusura dell’edificio, che fu nuovamente inaugurato il 31 maggio 1996.

Tra le opere d’arte più importanti del XV secolo si evidenziano il simulacro marmoreo della Madonna del Soccorso di Domenico Gagini, le 4 Virtù cardinali, simulacri marmorei di Pietro di Bonitate, il fonte battesimale marmoreo di Gabriele da Como, il trittico della Madonna con Bambino e Santi di scuola antonelliana, il SS.mo Crocifisso nero di Jacopo e Paolo de Li Matinati e la prima urna argentea, seconda in ordine di tempo, contenente le reliquie di Sant’Angelo Martire.

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Chiesa di Sant’Agostino (XII Secolo), era dedicata a Santa Margherita, Vergine e Martire d’Antiochia di Pisidia. Mutò il nome dopo la venuta degli Agostiniani nel 1611. Inizialmente l’ingresso della chiesa era ad ovest, dove oggi è il presbiterio. Gli Agostiniani modificarono l’impianto dell’edificio che corrisponde all’attuale. Un ingresso laterale era dove oggi è la sacrestia ed un tempo era lambìto dal mare.

Nel lato dove oggi sono gli uffici parrocchiali era il convento che ospitava gli Agostiniani, di cui rimangono alcune parti architettoniche. Ciò che colpisce il visitatore, appena entrato in chiesa, è la sua decorazione con stucchi ricoperti d’oro zecchino. Attorno alla nicchia, che custodisce l’Addolorata, sono sette tondi di piccole dimensioni che contengono altrettante tele di Giuseppe Spina raffiguranti i dolori di Maria SS. Dello stesso autore è una tela che ripropone lo stesso simulacro dell’Addolorata di uguali dimensioni. La chiesa custodisce inoltre un Crocifisso del XVIII secolo ed altre tele che raffigurano la Madonna della Cintola, Sant’Agostino e San Gregorio Magno, queste ultime provenienti dalla Chiesa di San Girolamo. Una data importante per la chiesa di Sant’Agostino è quella del 13 aprile 1973, quando essa, con decreto vescovile, è stata elevata a Santuario dell’Addolorata.

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Chiesa di Maria SS del Carmelo (Carmine), chiesa e il convento del Carmine, costruita dai Carmelitani all’inizio del XIII secolo sui ruderi della Chiesa di Santa Lucia, Vergine e Martire, del XII secolo, insieme al convento, fu una delle principali dell’Ordine in Europa. Il vicino convento accolse  il Santo Martire Angelo al suo arrivo a Licata e lungo i secoli vi dimorarono religiosi che diedero lustro all’Ordine, il complesso, dopo numerosi rifacimenti, nel 1748 è stato ristrutturato su progetto di Giovanni Biagio Amico, che ha ridisegnato la facciata barocca della chiesa, il cui interno è impreziosito da dieci medaglioni (storie del Vecchio e del Nuovo Testamento) opera di Domenico Provenzani da Palma di Montechiaro.

Sotto il coro sono custodite alcune tombe dei secoli XVI e XVII. Particolarmente interessante è il chiostro del convento (sec. XVI), nel quale si aprono due bifore e un portale chiaramontano negli orari di funzione religiosa.

 

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Grangela, opera idraulica del Bronzo tardo o recente, è legata al culto di Arianna, figlia di Minosse, venerata in Sicilia come lo fu il padre. Raccoglie le acque di una sorgente di monte Sant’Angelo e la si può visitare, prosciugata, scendendo dei gradini per 15 m. La struttura, che si trova in pieno centro storico, inizialmente era costituita da un pozzo scavato nella roccia profondo 18 metri, e che serviva dunque per l’approvvigionamento idrico. Nel pozzo, posizionate a quote differenti, si trovano 3 finestre; quando l’acqua scarseggiava, soprattutto nei mesi estivi, si attingeva dalla finestra posta in basso. Nei periodi in cui il pozzo aveva una quantità di acqua maggiore, era possibile utilizzare le altre due finestre poste più in alto. Nel corso dei secoli la struttura ha subito alcune modifiche; nei pressi del pozzo originario sono stati scavati, sempre nella roccia, quattro cunicoli, ma solamente uno è quello oggi percorribile, anche se alla fine del XIX secolo è stato tagliato in due dalla costruzione dell’attuale via Marconi.
La galleria, in origine, conduceva fino all’attuale “Piano delle palme” nel quartiere Marina.
 storia_templi Valle dei Templi Agrigento (25 minuti da Licata), è un’area archeologica della Sicilia caratterizzata dall’eccezionale stato di conservazione e da una serie di importanti templi dorici del periodo ellenico corrisponde all’antica Akragas monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Oggi è parco archeologico regionale. Dal 1997 l’intera zona è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità redatta dall’ UNESCO. È considerata un’ambita meta turistica, oltre ad essere il simbolo della città e uno dei principali di tutta l’isola, dove all’interno vi sono resti di ben dieci templi in ordine dorico, tre santuari, una grande concentrazione di necropoli (Montelusa; Mosè; Pezzino; necropoli romana e tomba di Terone; paleocristiana; Acrosoli); opere idrauliche (giardino della Kolymbetra e gli Ipogei); fortificazioni; parte di un quartiere ellenistico romano costruito su pianta greca; due importanti luoghi di riunione: l’Agorà inferiore (non lontano dai resti del tempio di Zeus Olimpio) e l’Agorà superiore (che si trova all’interno del complesso museale); un Olympeion e un Bouleuterion (sala del consiglio) di epoca romana su pianta greca.

Ceramiche di Caltagirone (50 minuti da Licata), a cavallo tra i monti Erei e gli Iblei in una scenografica posizione, in provincia di Catania, sorge Caltagirone, un borgo dalle antichissime origini, uno dei più preziosi del Mediterraneo che, per l’eccezionale valore del suo patrimonio monumentale che caratterizza il centro storico, nel 2002 è stato insignito del titolo di Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco.

Testimonianze archeologiche di una produzione ceramica locale, risalenti al VI Secolo a.C. sono state restituite dagli scavi nei villaggineolitici di Scala, Pille e S.Ippolito, intorno all’abitato di Caltagirone. Successivamente, l’influenza determinata dai contatti commerciali fra i Siculi, che abitavano l’antico territorio di Caltagirone, con il mondo greco si manifesta, oltre che nella organizzazione sociale, anche nella attività artigianale della produzione di terrecotte.

Ne è testimonianza l’introduzione dell’uso del tornio che i ceramisti di Caltagirone, intorno l’anno mille a.C., appresero dai Cretesi rivoluzionando l’antica attività artigiana della ceramica che per millenni aveva conservato immutate le proprie tecniche di produzione.